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Il dualismo austro-ungarico

Nel 1867 venne stipulato un compromesso tra Austria e Ungheria che appagò le esigenze dell’Ungheria, la quale, da tempo, aspirava all’indipendenza e a detronizzare la dinastia asburgica dal proprio Paese.

Nacque il “dualismo” austro-ungarico: politica estera, finanziaria, militare in comune, costituzioni, amministrazioni e parlamenti separati. Accordi decennali rinnovabili su questioni finanziarie e commerciali. La copertura delle spese comuni venne inizialmente assunta al 70% dall’Austria.

Francesco Giuseppe I° che salì al trono dell’Austria diciottenne, nel 1848 venne incoronato Re d’Ungheria. Tenne unito il suo regno composito con l’esercito e con una burocrazia efficiente, ma non riuscì a far accettare le sue riforme. Disgrazie familiari colpirono l’Imperatore: il fratello Massimiliano venne fucilato in Messico nel 1867, il principe ereditario Rodolfo si suicidò a Mayerling nel 1889, l’Imperatrice Elisabetta di Baviera, detta Sissi, venne pugnalata da un anarchico nel 1898 ed, infine, il 28 giugno 1914 l’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono, con la moglie a Sarajevo morì per mano dello studente bosniaco Princip, membro dell’organizzazione segreta serba “Unità o morte”, fautrice di una politica nazionalistica illimitatamente espansionistica temeraria, temeraria, incurante dei pericoli. L’Arciduca venne colpito anche perché accarezzava il progetto di ripristinare un forte potere centrale modificando il vigente sistema dualistico in uno trialistico con la Croazia (aggregata alla Dalmazia e alla Bosnia-Erzegovina). Tutti questi movimenti nazionali centrifughi, successi tra il 1905 e il 1914, assunsero in Italia la denominazione di “politica delle nazionalità” intendendo con ciò la proclamazione del diritto delle nazioni a costituirsi in Stati indipendenti a prezzo dello smembramento dell’impero che le teneva insieme.

La monarchia asburgica deludeva per l’incapacità di adeguarsi al risveglio nazionale dei popoli viventi nel suo territorio; essa fu la compressione e la negazione di tutte le nazionalità che non fossero quelle tedesche o magiare.

L’assassinio dell’Arciduca portò alla dichiarazione di guerra alla Serbia dando inizio alla prima guerra mondiale. L’equilibrio balcanico stava per capovolgersi. L’Italia protestò per no essere stata interpellata, come di diritto, e chiese compensi territoriali immediati come il Trentino, l’internazionalizzazione di Trieste, l’Istria ed alcune isole dalmate, richieste che, evidentemente, in piena guerra l’Austria non poteva concedere senza demoralizzare l’Impero.

Per le provincie chiamate a Vienna “austro-italiane”, la spartizione austro-magiara del 1867 pose la maggioranza italiana del Trentino, del litorale austriaco e della Dalmazia su di un livello di parità formale con le componenti slave che premevano sulle località della costa per limitare prima ed eliminare poi il potere economico e politico degli “austro-italiani”. Il Trialismo avrebbe posto gli Italiani in una condizione di marginalità, dando vita ad un processo di slavizzazione della regione adriatica, dove gli Italiani predominavano nella pubblica amministrazione e negli enti locali. Contemporaneamente l’Italia trattò con Francia, Inghilterra e Russia, sicché il 4 maggio 1915 denunciò la triplice alleanza ed il 24 dello stesso mese dichiarò guerra all’Austria dopo aver firmato il Patto di Londra.

586px-Trattato_di_Londra.svgAngoscia e preoccupazione emersero nelle città dell’impero Asburgico abitate da Italiani per le scelte che sarebbero, di lì a poco, stati costretti a fare. Obbedire alle leggi con disciplina e senso del dovere a cui erano stati educati oppure disobbedire per restare fedeli alla loro identità nazionale, passare dall’altra parte, con tutti i rischi che ne derivavano o rifugiarsi in una resistenza passiva che permettesse di aver salva la vita. Come non ricordare i centomila trentini, istriani, triestini, fiumani e dalmati di nazionalità italiana internati in lager dell’hinterland dell’impero, sospettati di connivenza con il nemico: povera gente incompresa accusata di disfattismo, tradimento e sentimenti anti-asburgici.

L’Italia entra in guerra

Entrando in una guerra, prevista di soli sei mesi, il governo italiano era certo di ottenere quanto nella sfortunata III guerra d’indipendenza del 1866 era rimasto irrisolto: la frontiera naturale al Brennero e alle Alpi Giulie, il Trentino, il Goriziano, Trieste, l’Istria tutta, le isole di Cherso e Lussino – veneziane dall’anno mille – la Dalmazia centro-settentrionale con l’italianissima Zara e la città di Tommaseo, Sebenico, l’arcipelago insulare di Zara e le isole esterne all’arcipelago di Spalato e di Ragusa.

Ai popoli slavi dell’Impero venivano lasciati millecinquecento chilometri di costa con i porti di Fiume, Spalato, Traù, Cattaro e Ragusa, un complesso che, con Fiume, avrebbe costituito un pesante altare concorrenziale di Trieste. Tutto era lasciato a chi fosse succeduto al ridimensionamento successivo al crollo dell’Impero e cioè, col senno di poi, alla Jugoslavia.

Dobbiamo ricordare che nel 1915, così come nel 1918, la Jugoslavia non esisteva e che il Patto di Londra e poi le trattative per la pace, non miravano a sottrarre neppure un metro quadrato agli stati slavi esistenti nell’Impero. Esisteva però il Patto di Corfù, stipulato tra serbi, croati e sloveni nel luglio del ’17 che rivendicava la riunione di tre nazionalità in uno stato unitario.

Il Patto di Londra, nella sua prima stesura originaria, tenendo conto dell’esistenza del Regno Ungaro-Croato e dell’autonomia della città, lasciava Fiume all’Ungheria e alla Croazia, sotto forma di  corpus separatus dell’Ungheria.

Furono i francesi, durante la trattativa e nella loro stesura del patto a “cancellare” l’Ungheria, poiché già nel ’15, i transalpini pensavano ad uno stato slavo contrapposto all’Italia nella zona adriatica.

Fiume, che da sempre lottava contro la Croazia, alla caduta dell’Impero chiamò D’Annunzio.

 

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