Lucia Bellaspiga, giorno del ricordo 2017 Genova

Riportiamo integralmente il discorso della Dott.ssa Lucia Bellaspiga in occasione del Giorno del Ricordo 2017

Grazie a tutti di questo invito, che ho accolto con grandissimo piacere, non solo perché questa è una manifestazione importante che, è stato appena detto, è la prima volta che viene ufficializzata in una sede istituzionale così elevata e perché amo molto Genova e la Liguria per motivi personali autobiografici, ma anche perché la Liguria è stata una delle terre più accoglienti nei confronti degli esuli; penso alla Caserma “Ugo Botti” di La Spezia, penso a Chiavari, a Genova stessa. Veramente a tanti esuli istriani, fiumani e dalmati in passato avete aperto le vostre porte.

Inizierò questa mia meditazione con un racconto che possa anche entrare nella mia vita personale di figlia di esuli, vista però anche attraverso gli occhi della giornalista, come sono, di un quotidiano nazionale, riportando, quindi, anche le testimonianze che ho raccolto negli anni.

Il padre portato via dai comunisti jugoslavi nel 1945, ormai in tempo di pace; è sparito nel nulla, forse internato nel campo di sterminio di Borovnica. La zia e la nonna deportate dai nazisti ad Auschwitz; di loro più nessuna traccia, cenere al vento. Un altro zio ucciso dai comunisti sovietici nelle Fosse di Katyn, dove furono massacrati con un colpo alla nuca 10 mila ufficiali polacchi. Poi, nella generazione successiva, due cugini deportati in un “gulag” sul Don, condannati ai lavori forzati.

Tutto questo è accaduto in una sola famiglia goriziana: quella di Giorgia Rossaro Luzzatto, che oggi ha 94 anni e una memoria che non vacilla.

“Nella nostra famiglia si intrecciano i destini degli Ebrei e dei Giuliano-Dalmati – mi ha raccontato in un’intervista per “Avvenire” – noi portiamo il lutto di tutti i regimi che hanno insanguinato il Novecento: del nazismo, del comunismo sovietico, del comunismo titino”.

“I Giorni del Ricordo in casa nostra sono tanti, ma non tutti hanno lo stesso riconoscimento”, ha aggiunto.

“Ogni anno il 23 ottobre piangiamo la deportazione degli Ebrei dalla sinagoga di Gorizia, lo facciamo di nuovo il 27 gennaio per la Giornata della Memoria della Shoah, lo facciamo oggi nel Giorno del Ricordo per le foibe e l’esodo dei 350 mila Italiani sfuggiti agli eccidi di Tito, ma solo quest’ultima tragedia ci è stata negata per decenni”.

“Non ho mai visto nessuno venire dai Palazzi romani per il nostro 3 maggio”, il giorno in cui suo padre, medico e uomo liberale, fu trascinato via sotto i suoi occhi.

Fu Giorgia stessa ad aprire, quella notte, la porta al carnefice: “Ormai c’era la pace, che paura avrei dovuto avere?”, mi ha spiegato. L’ultima volta lo vide il 5 maggio 1945 dalla finestra del carcere di Gorizia, con un sorriso triste e la mano che salutava. Sua madre per tredici anni restò seduta davanti alla porta da cui era uscito.

Questa è una storia che si è ripetuta uguale in migliaia di famiglie tra il 1° maggio e il 12 giugno 1945, quando a Gorizia occupata dai Titini (così come a Trieste occupata dai Titini) furono rapite da casa un migliaio di persone solo in quei giorni, oltre 600 mai più ritornate, vittime del comunismo e della coltre di silenzio che qui, in casa nostra, presto le ricoprì.

In tutta l’Istria, a Fiume, nella Dalmazia, la liberazione dal nazifascismo divenne una nuova invasione ancora più sanguinaria, ma il resto d’Italia a tutt’oggi sembra non saperlo; il resto d’Italia si è mai reso conto davvero del fatto reale, concreto che mentre nel mondo si celebrava la sospirata pace, in queste terre, solo in queste, la guerra riprendeva più feroce di prima?

E’ vero, dal 2004 il “Giorno del Ricordo” è solennità civile, ma quanto ancora dobbiamo faticare, a volte pietire – non a Genova evidentemente – perché venga celebrato, come fosse un’elemosina! E quante ingiustificate assenze ai vertici delle nostre Istituzioni continuano a schiaffeggiare la memoria!

Penso al caso stesso della Camera, dove io sono stata invitata in questo 10 febbraio a tenere un’Orazione civile proprio nell’Aula di Montecitorio, davanti ad un migliaio di persone tra esuli e Parlamentari, personalità del Governo, Ministri e naturalmente il Presidente della Camera e il Presidente del Senato. Bene, pensate che il giorno prima nella sala stampa della Camera un Parlamentare di SEL ha organizzato il “contro Giorno del Ricordo” in segno negazionista e giustificazionista, quindi contro la legge emanata nel 2004. Ma proseguo con le testimonianze…

“Era l’8 maggio. Qualcuno bussò violentemente alla nostra porta, poi tre uomini e due donne in divisa, con la stella rossa di Tito, puntarono il mitra su me e la mia sorellina, e portarono via mio papà. Non sapemmo più niente di lui”, mi ha detto in un’altra intervista Giampaolo Giordano, 73 anni. Stesso dramma in casa di sua moglie Maria Rita: “La medesima notte portarono via mio papà Salvatore, onesto poliziotto. Mia mamma, 21 anni, aveva due figli ed era incinta di me. La rassicurarono che il giorno dopo sarebbe tornato. Lo cercò per anni”.

Nella Milano in cui invece sono nata io, figlia e nipote di esuli fuggiti da Pola esattamente settant’anni fa, il grande esodo dei Giuliano-Dalmati dalle loro terre di Istria, Fiume e Dalmazia è stato il primo racconto epico della mia vita. I miei Ulisse, i miei Enea, lontani da casa e sempre con lo struggimento del ritorno nel cuore, io li avevo in famiglia, non occorreva cercarli nei libri: erano genitori e nonni, erano anche gli amici di famiglia, i parenti.

Parlavano di mondi lontani per me, eppure, in fondo, geograficamente così vicini; di tesori perduti che non erano forzieri carichi di ricchezze, ma valevano molto di più perché erano il colore bellissimo del mare, il profumo della bora, il candore della rena di Pola, il sapore degli asparagi selvatici, i suoni del dialetto, cose che gli esuli qui presenti potranno capire, le cose semplici e insostituibili che costituiscono comunque la vita di un uomo, quell’insieme di emozioni ed esperienze i cui racconti immancabilmente iniziavano con un “e ti te ricordi?”.

Quando ci si ritrovava dai luoghi dell’esilio dei nostri parenti sparsi tra l’Italia e l’Australia, quel ripetuto “ti te ricordi?” dava il via a concitati dialoghi che sempre esordivano con eccitazione per poi calare nella mestizia e terminare ogni volta nel pianto.

Per me bambina Pola era come le città invisibili di Calvino: un miraggio esotico, la nostalgia di qualcosa che non avevo mai conosciuto; usciva vivida dai racconti di mia madre e sopravviveva in parole tutte nostre, pronunciate in casa, “prendi la piàdina”, “usa il ciapìno”, parole che a Milano nessun altro avrebbe compreso. Ma presto evaporava nelle nebbie milanesi e perdeva i contorni della realtà. Era mai esistito quel paradiso? Avrei mai visto, io, quella terra promossa inattingibile?

Ci sono approdata quando avevo sette anni e il mio primo ricordo di Pola è quello di mia madre che piange, le mani strette alle sbarre di un cancello; un’immagine traumatica che allora non sapevo spiegarmi. Eravamo là in vacanza, il mare era il più bello che avessi mai visto, le pinete profumate. Perché si disperava? Al di là di quel cancello una grande casa che doveva essere stata molto bella, ma ormai era diroccata dal tempo e dall’incuria; i vetri alle finestre erano ancora blu, “quelli dell’oscuramento”, mi disse mia madre, eppure la Seconda Guerra mondiale era finita da decenni. Tutto era rimasto come allora.

La finestra si aprì e una donna gentile, con accento straniero, capì immediatamente: “Vuole entrare?”, offrì a mia madre. Salimmo i gradini. Solo adesso comprendo la tempesta di sentimenti che doveva agitare il suo cuore mentre varcava quella soglia e rivedeva la sua casa, risentiva le voci dei miei nonni, sostava da straniera nella sua camera dove aveva giocato e studiato con i fratelli bambini.

In quelle stanze anch’io incontravo mia nonna mai conosciuta. Di lei sapevo che era morta di crepacuore in un letto non suo nella città più bella e più triste del mondo, quella Venezia un tempo Serenissima, madre antica e matrigna moderna, dove era giunta in fuga nel 1947 e dove visse per sei eterni anni baraccata tra i profughi. Oggi riposa, lei sola, nell’Isola di San Michele, nel cimitero di Venezia, lontana dai suoi genitori, dal marito, dai figli: sparsi, noi, in tutto il mondo, sparse anche le nostre tombe. Anche questo è esilio.

Sono passati molti anni prima che io potessi davvero capire l’entità del dramma. La scuola, certo, non ci ha aiutati, censurando completamente la tragedia collettiva di queste terre: dalle elementari all’università (eppure io ho studiato Storia), mai un accenno in nessun libro. D’altra parte molti dei testimoni diretti rinunciavano a raccontare, rassegnati a non essere creduti. Ciò che durante e dopo la Seconda Guerra mondiale era accaduto in decine di migliaia di nostre famiglie restava un incubo privato da tenere solo per noi, perché al resto degli Italiani non interessava. Eppure era storia, storia nazionale.

Sono riuscita finalmente a farla mia quando l’ho guardata da fuori, non più come una vicenda di famiglia, ma come qualcosa che ci toccava tutti noi Italiani e da vicino; ne ho preso coscienza intervistando i testimoni non più da figlia o nipote, ma da giornalista. Li ho ascoltati con la distanza e l’imparzialità del mestiere e solo così ho colto in pieno ciò che ogni altro mio collega giornalista, se solo volesse ascoltarli, non potrebbe non vedere.

Cito soltanto la storia della famiglia Zorovich. Dall’Isola di Lussino, bellissima, fuggiva Giovanni Zorovich, con tre amici, di nascosto, sfidando il divieto del regime; provarono di notte a salpare a remi per raggiungere l’Italia, ma nella baia li aspettavano i gendarmi di Tito. Era il 10 maggio 1956 (pensate per quanti anni va avanti questo dramma!). I loro quattro teschi con un foro di proiettile sono stati ripescati nel 1996: Giovanni è stato identificato perché la madre aveva conservato le radiografie dei denti, la sola cosa che restava di lui. Finalmente nel 2001 hanno trovato sepoltura a Lussino, l’isola da cui non erano mai partiti.

Due sono i grandi equivoci che ancora oggi, dopo decenni, qualche deriva negazionista, residuato di un passato per fortuna ormai lontano, ripropone ad ogni “Giorno del Ricordo”.

Il primo grande equivoco: i nostri esuli furono chiamati “fascisti” perché fuggivano da un regime comunista. In realtà gli Italiani della Venezia Giulia uscivano da un’Italia che era stata fascista esattamente come gli Italiani di Roma, Trento, Napoli, e aggiungo anche Bologna e Ancona, due città che li rifiutarono con la bandiera rossa in mano. I nostri nonni e genitori erano stati antifascisti o fascisti esattamente come tutti gli altri Italiani. Nelle foibe furono gettati maestri di scuola, impiegati, carabinieri, medici, artigiani, operai, imprenditori, finanzieri, tutti, purché Italiani, oppure avversi alla nuova dittatura; e quanti tra loro erano antifascisti!

Secondo equivoco: “Ma cosa vogliono questi Giuliano-Dalmati? Hanno perso la guerra, era giusto che pagassero!”, sento dire. No, la scellerata guerra scatenata dal delirio nazifascista è stata persa da tutta Italia, si usciva tutti indistintamente dalla stessa sconfitta, eppure per saldare i 125 milioni di dollari, debito di guerra dell’intera Nazione, il nostro Governo utilizzò le case, le industrie, i negozi, i risparmi di una vita soltanto dei Giuliano-Dalmati, promettendo ovviamente indennizzi, poi ridotti ad indegne elemosine; settant’anni dopo è stato elargito solo il 5 per cento del debito, in tre rate. Le loro vite, insomma, hanno riscattato le nostre e il debito, mai onorato dall’Italia, spiega in parte i decenni di silenzio che poi hanno insabbiato la tragedia. La maggior parte di loro sono morti senza avere avuto non dico giustizia, ma almeno il sacrosanto diritto di essere ascoltati, creduti e, io aggiungo, ringraziati. Ci hanno salvati, li abbiamo seppelliti.

“L’esodo forzato dei Giuliano-Dalmati fu probabilmente la principale violazione dei diritti umani del dopoguerra in Europa”, ha chiarito di recente la Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani.

Prima di lei, nel 2007, è stato l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ad infrangere dopo sessant’anni la cortina del silenzio con un “mea culpa” dirompente: “Dobbiamo assumerci la responsabilità di aver negato la verità per pregiudizi ideologici”, ha detto chiaro e tondo.

Da cosa fossero scappati i 350 mila partiti dall’Istria, dalla Dalmazia, da Fiume, quale terrore li avesse indotti a rischiare tanto e a perdere tutto lo ha spiegato senza mezzi termini: è importante perché è un Presidente che per una vita è stato comunista. Dice: “La tragedia di migliaia di Italiani imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe aveva assunto i sinistri contorni di una pulizia etnica”.

Proprio in tempo di pace, la furia dei partigiani di Tito, che già si era abbattuta su quelle terre italiane nell’autunno del 1943, trovò nel 1945, quindi nel dopoguerra, campo libero; nei giorni in cui nel resto d’Italia gli Americani portavano la liberazione, da Gorizia fino a Zara i colpi alla porta con il calcio di un fucile preannunciarono il rapimento dei capifamiglia, poi toccò alle donne, ai ragazzi, ai vecchi.

“Condannato” si legge sulle carte dei processi farsa emersi oggi dagli archivi della ex Jugoslavia; in realtà fucilati dietro casa, internati nei campi di concentramento, gettati vivi nelle foibe in Istria, o nel mare con una pietra al collo in Dalmazia, dove le foibe non c’erano.

Di migliaia di scomparsi le famiglie non hanno avuto indietro nemmeno le ossa e questo 70° anniversario dovrebbe essere l’occasione forte per chiedere all’Italia che pretenda di sapere dove furono gettate per dare loro almeno una tomba.

Anche il nome del padre di Giorgia Rossaro Luzzatto, la donna di cui parlavo all’inizio, è riemerso di recente a Lubiana con accanto una sola parola: “Interrogato”. “Ci scaldiamo giustamente per i “desaparecidos” argentini, ma non siamo capaci di fare nulla per i nostri?”, mi ha chiesto lei, incredula.

Tanti bambini di allora, oggi commossi testimoni, ricordano le eroiche odissee delle loro madri che tutti i giorni andavano a supplicare clemenza dai nuovi gerarchi. Con la fede d’oro o gli orecchini pagavano la promessa che quel po’ di cibo portato da casa sarebbe stato consegnato al marito prigioniero; gli stessi figli confortavano il padre chiamandolo attraverso le grate del carcere “fino al giorno in cui non mi rispose più”, mi raccontano.

Di nuovo a Napolitano la parola: “Il moto di odio e di furia sanguinaria aveva come obiettivo lo sradicamento della presenza italiana da quella che era e cessò di essere la Venezia Giulia”. Infatti si svuotarono le città e le campagne. L’ultima fu Pola dopo che nell’estate del 1946 ventotto ordigni fatti esplodere sulla spiaggia affollata di Vergarolla fecero a pezzi cento corpi di Italiani e l’ultima speranza di poter restare. Vergarolla: la prima strage della nostra Repubblica italiana (la nostra Nazione era già Repubblica e quella era ancora Italia), più sanguinosa di piazza Fontana, più della stazione di Bologna. Ma in quanti lo sanno? In quale scuola se ne è mai anche solo accennato in una riga? Lo scorso 18 agosto è caduto il settantesimo anniversario: nessuna alta carica dello Stato presente, nemmeno una corona, neanche un telegramma.

Tra tante pagine drammatiche da sempre mi colpisce più di tutte quella del distacco, l’addio ineluttabile alla propria casa, la chiusura definitiva della porta. Pensateci bene come se toccasse a noi oggi.

Nei giorni precedenti la partenza, Pola era tutto un rumore di martelli, di chiodi, si smontava, si imballava. La tragedia era collettiva, ma poi per ognuno è arrivato il momento del dolore personale e lì ciascuno è solo. E’ nelle parole di un’esule bambina in fuga nel 1954 da Faiti, alle spalle di Trieste, che ho trovato l’immagine più plastica di ciò che intendo dire: “Toccai per l’ultima volta la mia terra, quella che mi aveva accompagnato in tutta la mia vita e che adesso dovevo lasciare per sempre. Prima il tallone, poi la punta del piede abbandonarono la mia bella Istria e tutti i miei ricordi”.

Proviamo ad immaginare di uscire dalla casa dove hai vissuto i tuoi giorni e non per tornarci la sera, no, mai più: tiri la porta e delle chiavi non sai che fare. Chiudere? A che serve? Domani stesso nelle tue stanze entrerà gente nuova che non sa nulla della vita vissuta là dentro. Devi scegliere in fretta cosa portare via, ma che valigia si prepara quando è per sempre?

Addio Pola! Addio Fiume! Addio Zara! I racconti sono spesso uguali. In una gelida giornata di bora, in un silenzio irreale rotto solo da singhiozzi e saluti, la nave si stacca dalla riva. Riconosci ancora a lungo il tetto rosso, la tua finestra e lì nasce quel dolore del ritorno che mai più guarirà. La nave ti porta via e tu continui a guardare la tua casa finché diventa un’ombra. Poi ti volti verso il nuovo orizzonte.

A terra, sul molo, l’uguale strazio dei rimasti, di chi rimaneva per i più disparati motivi: per non abbandonare i propri vecchi, per non lasciare il frutto di una vita di lavoro, qualcuno perché fiducioso nel nuovo regime comunista, o invece perché dallo stesso regime non otteneva il permesso di partire, magari il padre sì e la madre no. Per decenni hanno sopportato un esilio anche loro in casa propria, calpestati in quanto Italiani, ultimo baluardo che conserva fino ad oggi, in paesi oggi amici, la nostra lingua e la nostra cultura.

Io ho sempre in mente le immagini famose di un film Luce che riprendono una partenza da Pola della nave “Toscana” carica di esuli, una nave che faceva la spola con migliaia di esuli per volta: a bordo una donna anziana velata di nero, con un fiocco tricolore sul petto, lo sguardo immobile sulla città che si allontana. Lei sa che è per sempre e la guarda fino all’ultimo. Nulla riuscirebbe a distrarla mentre si imprime indelebile quell’immagine nell’anima. Accanto a lei c’è una donna giovane che la tiene abbracciata e guarda nella stessa direzione, ma sorride perché lei ha davanti un futuro e forse anche un’illusione: quel “Torneremo” che qualcuno aveva scritto sui muri della città ormai fantasma. La giovane e l’anziana sono solo due tra le infinite sfumature del dolore che ha segnato questi settant’anni dei nostri esuli.

Tante e diverse sono state le loro vicende all’arrivo nelle altre regioni, riconosciuti come fratelli d’Italia o, invece, scambiati per stranieri, magari proprio per via di quel loro dialetto o dei loro strani cognomi sintesi di una storia millenaria fatta di incroci ed etnie, sovrapposizioni linguistiche e vivacità culturali.

Oggi giustamente compatiamo con tutto il cuore i profughi venuti da Paesi stranieri e da guerre lontane, e nemmeno sappiamo che i nostri Italiani della Venezia Giulia e Dalmazia sopravvissero per anni nei campi profughi allestiti per accoglierli nel loro stesso Paese. Erano ex manicomi, ex carceri, caserme dismesse, persino ex campi di concentramento dove le famiglie si trovarono scaraventate in un nuovo incubo: comunità spezzate, tessuti sociali frantumati; non più il mare e i pini, ma miseri accampamenti; non più le belle case in pietra tra le vigne e gli ulivi, ma delle coperte appese a fare da parete tra una famiglia e l’altra. Qui molti nacquero e passarono l’intera infanzia, molti altri morirono senza più avere avuto una casa.

Questa è la verità. E oggi, in un’Europa che guarda al futuro e ovunque ha già fatto i conti con il suo passato, è doveroso che sia da tutti condivisa senza un “se” o senza un “ma”. A questo serve il “Giorno del Ricordo” istituito in memoria delle vittime delle foibe e dell’esodo con l’obiettivo di diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani, nelle scuole (come faremo dopo premiando gli studenti), e favorire da parte di Istituzioni ed Enti la conservazione della memoria di quelle vicende.

Questo oggi avviene, in Italia quest’anno abbiamo avuto centinaia di iniziative importantissime, anche se purtroppo la gran parte degli esuli è morta prima di ricevere almeno questa consolazione; ma non posso non stigmatizzare atti, che io definisco di vandalismo morale, tuttora in agguato contro la nostra memoria, per cui non possiamo abbassare la guardia.

Vi cito un esempio per tutti: il Comune di Arcore, poco distante da Milano, giorni fa stava celebrando proprio il “Giorno del Ricordo” con ospite un’unica relatrice che è una nota negazionista. La locandina riportava l’immagine sorridente di una titina con stella rossa. Qual è il senso di tutto questo? Celebreremmo mai l’Olocausto con l’immagine di un nazista e di una svastica? Negazionismo e giustificazionismo non calpestano solo la legge, ma ancor prima la nostra civiltà di uomini del Duemila, il nostro desiderio di pace e di giustizia, convinti come siamo che, se il perdono è un auspicio, la memoria è un dovere, perché è la via imprescindibile per la riconciliazione. Non è vero che rimuovere aiuti a superare; anzi, la storia dimostra che il passato si supera solo facendo i conti con esso e da esso imparando.

A tale proposito ho ancora negli occhi la stretta di mano con cui giorni fa, dopo settantadue anni, una delegazione dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha partecipato per la prima volta alla cerimonia per l’eccidio di Porzus, chiedendo perdono per il massacro di diciassette partigiani cattolici della Brigata Osoppo “colpevoli” di non essere comunisti e di difendere l’italianità sul confine orientale dalle mire annessioniste di Tito. Ci sono voluti decenni, ma il traguardo è una pietra miliare sulla strada indicata un tempo dal sacerdote di Lussino, don Cornelio Stefani, testimone degli ingiustificati bombardamenti di Zara: “Il nostro paradiso – disse – si trasformò in un inferno. Noi non abbiamo ricambiato odio con odio. Non esiste alternativa al perdono e alla pacifica convivenza, dunque perdoniamo, ma abbiamo il sacrosanto diritto di ricordare”.

Ricordare. A Trieste, nel Magazzino 18, reso celebre dal “musical” di Simone Cristicchi, restano le masserizie dei nostri esuli, oggetti che parlano e spesso anche sanguinano, ma nelle nostre case sono convinta che ognuno di noi ha il suo Magazzino 18 personale. Io ho già avuto modo alla Camera di raccontare il mio: un grande specchio giunto da Pola, la cui superficie – mi piace pensare – ha riflettuto i volti dei miei nonni, di mia madre bambina, ormai incancellabili, là dentro rimasti, in quello specchio; poi il presepe: incredibile, un popolo che fugge senza niente, ma le statuine del presepe se le porta dietro: credevo di essere l’unica ad averle, invece ho scoperto che tutti noi figli dell’esodo le abbiamo ricevute in custodia. Poi qualche piatto della nonna, la coperta grezza di lana marrone che vedete nei film, oggi così dura al tatto, allora un lusso portato dagli Americani.

Più di ogni oggetto, però, conservo il patrimonio sapienziale dei nostri cari. Hanno sperimentato lo sradicamento e la persecuzione eppure non hanno odiato: integri e onesti, ovunque hanno saputo rinascere da zero e contribuire al benessere delle comunità che li hanno accolti, anche qui in Liguria; due volte Italiani: una per nascita, la seconda per scelta.

Appena sbarcati, dovettero imprimere le impronte digitali come fossero criminali e leggere sui giornali queste parole, che cito da “L’Unità” del 30 novembre 1946: “Non riusciremo mai a considerare aventi diritto di asilo coloro che si sono riversati nelle nostre città non sotto la spinta di un nemico, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva l’avanzata dei liberatori titini. Non meritano la nostra solidarietà”.

Rivolto agli esuli raccolti nel campo profughi di La Spezia, un dirigente della Camera del Lavoro di Genova, ancora nel 1948, facendo campagna elettorale, disse queste parole: “In Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”.

Hanno risposto con la dignità e ancora oggi resistono più forti delle offese dei negazionisti, delle amnesie, delle strumentalizzazioni e dei risarcimenti mai arrivati, del “grazie” che ancora aspettano dall’intera Nazione, prospera e libera proprio grazie al loro sacrificio.

Resistono, ma per quanto? Non c’è giorno che sulle riviste delle nostre Associazioni, “L’Arena di Pola”, “Il Dalmata”, “La Voce di Fiume”, anch’esse in ginocchio per nuovi debiti che l’Italia non paga dal 2009, non compaia un nome di chi non c’è più. Sono e sono stati la parte sana del Paese, il volto bello dell’Italia. Quando cerchiamo di costruire un futuro migliore guardiamo a loro, non sbaglieremo.

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