Durante tutto il mese di febbraio, affianco alle iniziative attuate per il Giorno del ricordo volte a commemorare le vittime delle foibe e la tragedia dell’esodo, hanno trovato spazio negli ultimi decenni anche eventi di riflessione storiografica. Si sono fatti sempre più numerosi i convegni organizzati dagli storici per poter analizzare l’argomento in chiave non più localistica, ma inserendolo in un processo storico di più ampia portata.

A tal proposito, centrale è stato il contributo di Raoul Pupo, che dona alla vicenda dell’esodo una nuova prospettiva. Lo storico triestino individua fra tutti i temi trattati nel Giorno del Ricordo un nucleo sostanziale, ovvero quella che egli chiama «la catastrofe dell’italianità adriatica».

Nell’articolo La catastrofe dell’Italianità adriatica (2016), Pupo definisce così il dramma delle popolazioni giuliano-dalmate.  Un termine che può sembrare drammatico, ma che allo stesso tempo ben chiarisce la particolarità e la natura del fenomeno. Come egli stesso espone, l’esodo istriano costituisce una spaccatura molto evidente con il passato, rispetto agli spostamenti forzati di popolazione avvenuti in tutta Europa nel secondo dopoguerra e alle precedenti migrazioni di sloveni e croati al termine della prima guerra mondiale. Secondo Pupo, il fenomeno determina:

«la scomparsa dalle sponde adriatiche della forma specifica di presenza italiana che lì si era costituita come ultimo atto di una vicenda storica iniziata all’epoca della romanizzazione: una scomparsa quasi totale, poiché oggi di essa rimangono solo alcune reliquie, fatte di pietra – molte – e di persone, assai meno numerose, che configurano un tipo diverso ed inedito di presenza italiana» (p. 107).

Tale prospettiva rivela due caratteristiche molto interessanti dell’esodo giuliano-dalmata. Innanzitutto il solo fatto di mettere in paragone la diaspora istriana con gli spostamenti di popolazione che si verificarono nella medesima regione in tempi precedenti, la colloca in modo diretto in un processo di più lungo periodo. L’arco temporale da prendere in esame non partirebbe infatti dalla fine della seconda guerra mondiale, ma al contrario terrebbe conto del fatto che l’«italianità adriatica» era presente sulle sponde dell’Alto Adriatico orientale sin dai tempi della «romanizzazione». Secondo lo storico, infatti, la comunità italiana dell’Istria, Fiume e Dalmazia unita linguisticamente e culturalmente dunque, da lunghissimo tempo, incominciò ad aggregarsi anche in senso politico, dopo la caduta della Repubblica di Venezia.

Alla fine del Settecento gli echi della rivoluzione francese e dell’epoca napoleonica avevano dato modo nel resto della penisola italiana di superare le diverse realtà locali e avviare il nuovo discorso sulla nazione italiana. Tali idee trovarono un terreno fertile anche nei territori dell’Alto Adriatico orientale, dove si diffusero contemporaneamente e quasi in simbiosi con l’affermazione dell’identità nazionale slovena e croata. Questi due fenomeno di aggregazione nazionale non erano altro che due poli opposti del medesimo processo storico che dilagava in tutta Europa: la costruzione delle identità nazionali. Tale tendenza si diffuse soprattutto dalla metà dell’Ottocento a quella del Novecento, contrappose nei territori della Venezia Giulia le due identità a fasi alterne, «fino allo stabilirsi di un nuovo equilibrio alla soglia degli anni Sessanta del secolo scorso». Secondo Pupo questa alternanza non è altro che la «tipica espressione dell’area di cui stiamo parlando, vale a dire il suo essere terra di confine» (p. 108).

Ad emergere dall’articolo di Pupo, è il dato che egli stesso definisce più importante: l’esodo giuliano-dalmata fu un fenomeno totale.

Ma cosa vuol dire totale?

Inserendo sempre il dramma dell’esodo in un arco temporale più ampio e mettendolo a confronto con tutti i fenomeni di spostamento avvenuti in quel territorio di confine, si può notare in chiave storiografica una certa diversità. Infatti, sebbene la «bonifica etnica» voluta dal fascismo ebbe significative conseguenze sulla componente slava della regione, non sortì lo stesso effetto della politica della «fratellanza italo-slava» applicata dal regime di Tito, ovvero la partenza in toto di una delle due componenti nazionali.

La comunità italiana abbandonò infatti le sponde dell’Alto Adriatico per quasi il 90%, lasciando quella che Pupo definisce, sempre in senso storiografico, una «reliquia». La minoranza che scelse di rimanere fu costituita da «brandelli di popolazione» che non riuscirono a trovare un equilibrio e far persistere sul territorio la propria identità nazionale, trovando oggi una «limitata parentela con la realtà precedente».

Per questa scomparsa della componente autoctona di ascendenza romanza dai territori della Venezia Giulia, possiamo dire che l’esodo giuliano-dalmata costituisce la «principale frattura» degli ultimi due millenni nella storia alto-adriatica.

 

Bibliografia:

  • Raoul Pupo, La catastrofe dell’italianità adriatica, «Qualestoria» n. 2, dicembre 2016, pp. 107-123.
  • Raoul Pupo, L’esodo dei giuliano-dalmati, in Alessandro Algostino, Gian Carlo Bertuzzi, Franco Cecotti, Enzo Collotti, Vanni D’Alessio, Enrico Miletto, Raoul Pupo, Fabio Todero, Nevenka Troha, Marta Verginella, Anna Maria Vinci, Dall’Impero austro-ungarico alle foibe. Conflitti nell’area alto-adriatica, Bollati Boringheri, Torino 2009.

 

Facebook Comments

Close
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: